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So che non si direbbe ma ho frequentato le medie presso le suore. Un’esperienza traumatica, non la consiglio a nessuno. Tuttavia, in quel luogo austero, posso dire di aver vissuto alcune delle esperienze più strane della mia pre-adolescenza.

La storia di una di queste non inizia in maniera insolita ma nel modo più banale che si possa immaginare. Io, Piercarlo e la bella Giulia eravamo stravaccati su una panchina a raccontarcela durante l’intervallo, quando sentimmo suor Carlotta rimproverare un ragazzo più grande di noi.
Lo chiamavamo “Paura” e, qualche anno più tardi, l’avremmo tormentato con la canzoncina: Panico Pa Panico Pauraaaa! Cantata da: “I tamarri”. Ma quella è un’altra storia.

In quell’occasione Paura era stato rimproverato da suor Carlotta perché, a detta sua, “aveva rischiato di morire”. Parole forti, dure, ma che all’interno del nostro trio destarono grande interesse.
Quando suor Carlotta concluse la sua ramanzina prendemmo da parte Paura e iniziammo a interrogarlo. A quanto pare, nel laboratorio di scienze, dietro un armadietto, si celava una porta nascosta che conduceva a una cantina abbandonata.
Lo so, lo so. Sembra impossibile che una scuola possa avere delle aree segrete ma la mia era parte di un convento. Quindi molte aree dell’edificio erano state chiuse al fine di evitare che gli studenti potessero farsi del male, tra cui quella che volevamo visitare.
Paura l’aveva trovata per caso ma non era entrato all’interno perché era stato visto da suor Carlotta prima che potesse farlo.

Io e Piercarlo non vedevamo l’ora di andare a vedere quel posto, Giulia invece non era interessata e preferì non far parte della nostra follia. Rimasti in due, iniziammo a escogitare un piano.
Non vi erano molte occasioni per entrare in laboratorio se non durante le lezioni; ma fortunatamente esisteva un lasso di tempo tra la fine delle lezioni del mattino e l’inizio di quelle del pomeriggio di cui avremmo potuto approfittare: la pausa pranzo!
A mensa c’era una regola: se finivi tutto quello che avevi nel piatto, potevi andare a giocare in cortile. Un’ora di tempo, 10 minuti per mangiare e 40 per esplorare la cantina e rientrare. Sembrava il piano perfetto ma rimaneva un problema: le chiavi del laboratorio.

Erano custodite da suor Angelina, ex partigiana, detta “suor fucile” per la sua abilità nel cacciare conigli e molti altri animali. Oltre che le persone. All’epoca era lei ad occuparsi delle pulizie e aveva le chiavi di ogni porta dell’istituto. Non sarebbe stato facile sottrargliele ma avevamo deciso sin dal principio di improvvisare quando sarebbe arrivato il momento.

Arrivò l’ora di pranzo, mangiammo in 10 minuti e, dopo un rimprovero di 5 minuti per aver mangiato troppo in fretta, uscimmo dalla sala mensa per raggiungere il piccolo ufficio di suor Angelina.
Non era bellissimo, stretto, buio ma nonostante tutto funzionale, con mobili pieni di cassetti dal contenuto ignoto. La cosa strana fu che in quel momento non solo suor Angelina non c’era, ma anche che le chiavi fossero sulla sua scrivania in bella vista.

Era troppo bello per essere vero ma sul momento non ci siamo posti troppe domande. Prendemmo le chiavi, entrammo nel laboratorio, spostammo l’armadietto che ci aveva indicato Paura e la vedemmo.
Una piccola porticina, chiusa solo da un esile chiavistello. Esitammo un po’; ma dopo esserci fatti coraggio aprimmo e scendemmo una scaletta sgangherata, che non conduceva a una cantina ma a una stanza adiacente al laboratorio, fortemente illuminata dal sole.
All’interno c’era di tutto: mappe geografiche, modelli anatomici, animali impagliati che avevano visto sicuramente giorni migliori e una scala interrata che, a un certo punto, era completamente sommersa dall’acqua.

Chissà cosa era successo; forse una tubatura si era guastata e aveva allagato il tutto. Piercarlo però voleva capire quanto potesse scendere la scala che avevamo trovato. Prese alcuni dei modelli anatomici presenti, che per la cronaca non erano in plastica come quelli di oggi ma molto più pesanti, e iniziò a lanciarli nella pozza.
I primi due produssero un suono sordo ma quando lanciò il terzo dalla scala sommersa emersero tantissimi ratti che iniziarono a saltellare attorno a noi.
Nel frattempo, dalla scala del laboratorio arrivò Giulia, che vedendo tutte quelle palle di pelo nero bagnate correre qua e là si spaventò a morte, cadde e si sbucciò un ginocchio.
Io e Piercarlo corremmo a soccorrerla, la portammo fuori da quella stanza e sigillammo nuovamente l’ingresso con l’armadietto.

Eravamo nel panico: Giulia piangeva, alcuni ratti oramai scorrazzavano per la scuola e il tempo che avevamo a disposizione era agli sgoccioli.
Dato che non avevamo il tempo di mettere le chiavi del laboratorio al loro posto le presi e le gettai dalla finestra, facendole finire nell’orto sottostante.
Uscimmo tutti e tre dall’aula e portammo Giulia nei bagni, dove usammo della carta igienica per tamponare il taglio che si era procurata, infine andammo in classe facendo finta di niente.

Non abbiamo mai capito da dove sbucassero tutti quei ratti. Col senno di poi, è probabile che una parte della stanza sommersa fosse asciutta e che i ratti presenti, percependo i modelli anatomici lanciati da Piercarlo, fossero usciti dalla scala perché era il primo accesso disponibile ma non ne avremo mai la conferma.
L’unica cosa che so è che la povera suor Angelina fu sollevata dal suo incarico perché ritenuta troppo “smemorata”. A quanto pare, non era la prima volta che perdeva le chiavi della scuola e quest’ultimo evento non l’aveva di certo aiutata a mantenere il posto.

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